A tal riguardo, secondo la Corte, la Commissione tributaria regionale ha rigettato l’appello del contribuente sulla base di una motivazione apparente che si esaurisce in proposizioni apodittiche e tautologiche, prive di reale contenuto argomentativo (quali: “l’accertamento è supportato da dati precisi e controlli eseguiti che devono ritenersi valide fonti di prova non smentite dalla argomentazioni esposte dal contribuente”; “l’accertamento si fonda su dati certi ed incontrovertibili, mentre le motivazioni addotte a sostegno dell’appello devono ritenersi prive di fondamento e di elementi probatori a sostegno”).

Si conclude, sul punto, come segue: “In tal modo la Commissione tributaria regionale si è sottratta all’obbligo di dare risposta alle specifiche e concrete censure svolte nell’atto di gravame con il quale il contribuente ha partitamente esposto, precisandone l’ammontare, le specifiche fonti reddituali ( producendo la relativa documentazione) con le quale intendeva assolvere l’onere probatorio di dimostrare la disponibilità di una provvista finanziaria sufficiente a giustificare il maggior reddito desunto dall’Ufficio sulla base delle spese per incrementi patrimoniali e del possesso di beni indice di capacità contributiva”.

Insomma la motivazione tautologica e apodittica diviene meramente apparente e configura il vizio della sentenza di insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art.360 comma primo, n. 5, c.p.c.