Ma tale potere di indagine deve collocarsi, doverosamente, sempre entro i limiti posti dal petitum delle parti, costituenti un limite invalicabile ai poteri cognitivi ed estimativi del giudice tributario. Ciò anche per la connotazione del giudizio come “impugnazione”: il che conferma il vincolo del giudice ai motivi di censura dell’atto impugnato fatti valere dalle parti.

Non è quindi ammesso che il giudice tributario, nel valutare i mezzi di prova di cui dispone, superi i limiti dell’accertamento tracciati dall’amministrazione.

Lo ricorda la quinta sezione della Corte di Cassazione, nella sentenza 28 febbraio 2017, n. 5190.

Nel caso specifico la CTR, nel contesto di una (legittima) valutazione sostitutiva sulla pretesa tributaria, aveva tuttavia ecceduto rettificando il reddito d’impresa in misura superiore a quanto determinato con l’avviso di accertamento, utilizzando delle perizie bancarie di stima di un valore immobiliare. E ciò non è consentito.