Ricordiamo incidentalmente che la stessa Agenzia delle Entrate con circolare 51 del 17 luglio 2008 ha esortato i propri uffici a chiamare in causa l’Agente della riscossione, in modo che questi possa depositare in giudizio i documenti probativi della notifica.

Nella vicenda di cui parliamo, la Corte evidenzia come sia ferma su questi temi la propria affermazione di principio (fatto proprio in via consolidata dalle pronunce successive a sez. un. n. 16412 del 2007) secondo cui, in tema di riscossione a mezzo di cartella di pagamento, allorché il contribuente possa contestare sia la pretesa tributaria che la cartella come atto conseguenziale, è rimessa al contribuente stesso la scelta di impugnare tale ultimo atto, deducendone ad es. la nullità per omessa notifica dell’atto presupposto, o contestando, in via alternativa, la stessa pretesa tributaria azionata nei suoi confronti.

In entrambi i casi, la legittimazione passiva spetta all’ente titolare del credito tributario e non già al concessionario del servizio di riscossione, al quale, se è fatto esclusivo destinatario dell’impugnazione, incombe l’onere di chiamare in giudizio il predette ente, se non vuole rispondere dell’esito della lite, non essendo il giudice tenuto a disporre d’ufficio l’integrazione del contraddittorio, in quanto non è configurabile nella specie un litisconsorzio necessario. Il concessionario, poi, ai sensi dell’art. 10 del DLgs. n. 546 del 1992, è parte quando oggetto della controversia è l’impugnazione di atti viziati da errori ad esso direttamente imputabili, nel caso – cioè – di vizi propri della cartella di pagamento e dell’avviso di mora. In tale ipotesi l’atto va impugnato chiamando in causa esclusivamente il concessionario, al quale è direttamente ascrivibile il vizio dell’atto, non essendo configurabile un litisconsorzio necessario con l’ente impositore (cfr. sez. 5, n. 5832 del 2011).